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Il Monitore Medico
numero 7, 2014

Tubercolosi, è di nuovo emergenza?

L’infezione resistente ai principali antibiotici è rara ma, se latente, rappresenta un problema per il futuro


Dr. Ettore Gallo,
Specialista in Pneumologia, Consulente LARC

La Tubercolosi è una malattia contagiosa trasmessa dal bacillo di Koch (Robert Koch lo scoprì nel 1882), molto diffusa in passato e resa famosa nell’Ottocento da numerose opere letterarie e melodrammi.

Ancora oggi è molto diffusa?
Sì, si calcola che nel mondo gli infetti (non necessariamente malati) siano oltre un miliardo e mezzo, 8,6 milioni i nuovi casi l’anno, con un milione e 300 mila morti. L’Italia è un paese a bassa incidenza, nel 2013 sono stati calcolati 5,7 casi per centomila abitanti, il 58% dei quali stranieri, provenienti da paesi a più alta incidenza.

Come si trasmette?
Premesso che la tubercolosi può colpire tutti gli organi, la trasmissione avviene comunque per via aerea attraverso l’inalazione di goccioline di catarro e saliva, emesse soprattutto per colpi di tosse da parte di persone affette da tubercolosi polmonare.

Che sintomi presenta?
La tubercolosi, specie in fase iniziale, causa sintomi difficili da riconoscere, aspecifici e piuttosto modesti: febbricola, specie la sera, debolezza, tossicola piuttosto secca; in fase conclamata il malessere importante e l’emissione di sangue col catarro possono mettere in allerta.

Quando un paziente è contagioso?
La tubercolosi è contagiosa quando colpisce l’apparato respiratorio e presenta lesioni radiologiche escavate e/o bacilli tubercolari nel catarro. In caso di malattia, una cura adeguata con 3-4 antibiotici per circa 6-9 mesi, rende il paziente non più contagioso dopo almeno un mese di terapia.

Che cos’è l’infezione tubercolare latente?
La prima infezione tubercolare di solito passa inosservata con sintomi molto lievi. L’individuo sviluppa immunità verso il bacillo, rilevabile con il test tubercolinico e il test Quaniferon; tuttavia alcuni bacilli solitamente permangono vivi “dormienti” nell’organismo, solitamente senza dare successivamente origine alla malattia. La condizione, nella quale il bacillo di Koch si è insediato nell’organismo senza sintomi clinici, anomalie radiologiche indicanti malattia in atto e con reperti batteriologici sul catarro negativi per la presenza di bacilli, viene detta infezione tubercolare latente. Si tratta quindi di una condizione di assenza di malattia; la probabilità di sviluppare una malattia tubercolare dalla tubercolosi latente viene stimata intorno al 5% nei primi due anni dalla prima infezione, con percentuali a decrescere negli anni successivi. È evidente che questa popolazione va sorvegliata, soprattutto quando siano presenti fattori di rischio

Sono da curare i pazienti con infezione tubercolare latente?
La cura in realtà costituisce una profilassi della possibile evoluzione in malattia e consiste nella somministrazione di un antibiotico per alcuni mesi. La profilassi viene consigliata a soggetti a rischio (sempre che accettino la terapia e non presentino controindicazioni). Soggetti che presentano un aumentato rischio di infezione, come coloro che hanno avuto contatti stretti e per un tempo congruo con malati, compresi gli operatori sanitari che lavorano in Pronto Soccorso, in laboratorio analisi e addetti all’assistenza, soggetti con esiti polmonari radiologicamente evidenti mai trattati, immunodepressi e pazienti in lista trapianto, soggetti HIV positivi e tossicodipendenti. La profilassi è indicata anche per coloro che presentano fattori di rischio per progressione da tubercolosi latente a malattia tubercolare, come gli immigrati da paesi ad alta endemia, lungodegenti in case di cura, carcerati, nomadi, senza tetto.

Dottore, ma dobbiamo avere paura?
NO. In Italia dagli anni ’50 ad oggi i casi di tubercolosi sono calati del 65%, la tubercolosi rappresenta una malattia a bassa incidenza, modesta contagiosità e bassa mortalità (circa 300 casi l’anno). Bassa è l’incidenza della tubercolosi multi resistente agli antibiotici (la vera sfida per il futuro a livello mondiale). Ricordiamo che per infettarsi occorre un contatto stretto per un congruo periodo. Per limitare la contagiosità sono già efficaci misure come aerare l’ambiente ed esporlo ai raggi ultravioletti del sole per diverse ore. Il sistema di controllo dell’Igiene Pubblica funziona egregiamente, le rarissime epidemie vengono rapidamente circoscritte e le tecniche diagnostiche permettono di distinguere i malati da coloro che hanno avuto la prima infezione ma non sono malati e presentano bassissimo rischio di sviluppare la malattia.

Anche per l’Ebola è così?
Si tratta di una malattia causata da un virus, estremamente più piccolo del bacilli della tubercolosi e di maggiore contagiosità. Pare che la via di diffusione aerea tramite inalazione non sia la principale, più importante è il contatto, attraverso le mani, di secrezioni del paziente con le mucose (occhi, bocca, naso). La malattia è grave e di alta contagiosità, sinora limitata grazie alle misure intraprese. Si ha ragione di sperare che l’epidemia ci conceda il tempo di affrontarla con mezzi adeguati, come sieri ricchi di anticorpi e vaccini, e tra l’altro, spezziamo una lancia alla ricerca italiana, che sta approntando il primo vaccino.

Dr. Ettore Gallo
Specialista in Pneumologia
Consulente LARC


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